
La mostra, a cura di Matthew Affron, curatore del Philadelphia Museum of Art, con la consulenza scientifica dello storico dell’arte Stefano Zuffi, rappresenta un’occasione unica per ammirare alcuni punti di riferimento assoluti dell’arte europea dei primi decenni del ‘900: sono infatti esposte opere di Chagall, Dalì, Duchamp, Kandinsky, Mirò e Picasso. A questi si aggiungono anche opere straordinarie di Matisse, Mondrian, Klee, Ernst e Gris, artisti che non sono mai stati esposti nel palazzo d’arte che si affaccia sul Lungarno. Sarà una grande occasione per ripercorrere alcuni dei momenti salienti del “secolo breve”, in dialogo con la sensibilità verso la storia internazionale che caratterizza da diversi anni le iniziative di Palazzo Blu Arte e Cultura.
Il Philadelphia Museum of Art è un riferimento d’eccellenza per l’arte, che vanta collezioni prestigiose di fama mondiale e mostre riconosciute a livello internazionale. Pur nella straordinaria ricchezza e varietà delle raccolte, le opere delle Avanguardie europee sono una presenza particolarmente densa e significativa.
Grande merito va riconosciuto ai collezionisti, grazie ai cui lasciti il Philadelphia Museum of Art ha continuato a crescere durante il ventesimo secolo, soprattutto durante la trentennale direzione di Fiske Kimball.
Un percorso unico.
Ad aprire, in modo molto significativo, il percorso espositivo a Palazzo Blu, è un Autoritratto (1906) di Picasso venticinquenne. Il giovane pittore imbraccia la tavolozza e, letteralmente, si rimbocca le maniche: è il primo, consapevole passo per diventare il grande protagonista della vicenda artistica di un intero secolo.
Poi il percorso prosegue come una intensa “linea del tempo” in cui le opere sono accompagnate da installazioni visive, sonore e multimediali, per collocarle nella sequenza degli eventi storici e culturali dalla fine della “Belle Époque”, fino allo scoppio della seconda guerra mondiale.
Il baricentro dell’arte, all’inizio del Novecento, è senza dubbio Parigi. Il gruppo delle opere realizzate negli anni precedenti lo scoppio della prima guerra mondiale mostra una varietà di temi e approcci, che rompe con il passato accademico. Insieme all’amico Braque, arroccato sulla collina di Montmartre, Picasso elabora il cubismo e l’Uomo con il violino (1911-1912) ne è una prova esemplare, Robert Delaunay evoca atmosfere suggestive, Saint Severin (1909) lo dimostra, mentre l’irriverente e geniale Marcel Duchamp provoca e sorprende il pubblico con dipinti fuori da ogni precedente, in netto anticipo sul surrealismo, come lo straordinario Macinacaffé (1913).
Poi l’Europa è scossa dalla lunga tragedia collettiva della prima guerra mondiale: una Natura morta con scacchiera, bicchiere e piatto di Juan Gris (1917) sembra la silenziosa metafora di una situazione delicata, in cui la partita non è affatto decisa. La guerra apre anche nuovi scenari e allarga i confini dell’arte: emerge la figura poetica di Marc Chagall, che con la sua Festa di Purim (1916-17) sembra contrapporre la rassicurante, millenaria tradizione religiosa e popolare delle comunità ebraiche dell’Europa Orientale all’incalzare scomposto degli eventi bellici.
Con la fine del conflitto e la controversa Pace di Versailles (1919) prende avvio una fase di difficile ricostruzione sociale e culturale. Su fronti diversi ma paralleli troviamo l’impegno “costruttivista” di Fernand Léger con Paesaggio animato (1923) e un’opera memorabile di Wassily Kandinsky, Cerchi nel cerchio (1923).
Il dipinto (nella foto sotto il titolo, ndr) si colloca nel cuore dell’esperienza del Bauhaus, movimento artistico, scuola di formazione, progetto globale di architettura, design, arti applicate nel segno del rigore geometrico, della rinuncia alla decorazione. Un’esperienza che coincide, in Germania, con gli anni della Repubblica di Weimar, che verrà condivisa da altri artisti presenti in mostra, come Paul Klee e Alexey Jawlensky, e si interromperà bruscamente con la salita al potere del nazionalsocialismo.
Gli anni Venti sono molto ben rappresentati e mostrano il generale orientamento internazionale verso la ricerca di nuovi orizzonti, alternativi alla realtà. Marie Laurencin esplora i territori del mito e della fiaba, Klee e Mirò guardano al mondo del circo e della magia, Max Ernst (Foresta, 1923) è tra i fondatori del surrealismo. Un grande protagonista è Henri Matisse, nella piena maturità della sua arte raffinata, piena di sentimento e di sensazioni legate al colore: la Donna seduta in poltrona (1920) e la Natura morta su una tavola (1925) comunicano un desiderio di pace, di affettuosa intimità.
Con il Cane che abbaia alla luna (1926) il catalano Joan Mirò sembra ironizzare con simpatia sulle “parole al vento” della propaganda e sulle crescenti spinte autoritarie (come negare una certa somiglianza tra il cane del dipinto e il profilo di Mussolini?). Sono gli anni del surrealismo, condiviso dallo stesso Picasso e lo vediamo in Bagnante (1928). Di grande raffinatezza è la Tempesta (1926), solitario, oscuro paesaggio di Yves Tanguy.
Dalla salita al potere di Hitler l’Europa scivola su un piano inclinato sempre più ripido verso una nuova ecatombe. Se ne rende subito conto Salvador Dalì, che contrappone un misterioso Simbolo agonistico (1932) alla eloquenza esibita delle bandiere di partito. Le rigorose composizioni geometriche di Piet Mondrian acquistano, in questo clima, un senso di rigore morale, di fiducia nella geometria più pura e rarefatta, di ordine di fronte al caos montante. Un sentimento condiviso anche dalle forme semplici delle sculture di Hans Arp. Dopo un’ultima, struggente tela di Klee, la mostra si chiude con un’opera di fortissima suggestione e di alto valore simbolico: la Crocifissione dipinta da Chagall nel 1940. Con l’Europa inchiodata a una nuova croce, e ancora con l’arte a farsi interprete e testimone della storia.
L’apertura della mostra, prodotta e organizzata da Fondazione Palazzo Blu e MondoMostre, con il contributo di Fondazione Pisa, coincide con la conclusione di un intervento di riqualificazione degli spazi dello storico edificio affacciato sull’Arno.